Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Il mondo della scienza.
di Antonino Zichichi


IMPORTANTE SCOPERTA DI DUE SCIENZIATI AMERICANI

GHIACCIO "VIVO"

Anche a temperature bassissime i batteri restano in vita. 
E producono metano e anidride carbonica.


Nell’immaginario collettivo le calotte polari sono i posti ideali in cui si trasforma in realtà il concetto di esistenza gelida, asettica e pura. I testi di biologia insegnano che dove c’è ghiaccio non può esserci vita; anche nella sua forma più elementare, i batteri hanno bisogno d’acqua affinché il loro metabolismo possa funzionare. Accade invece che a temperature molto basse il metabolismo non si blocchi. Esso subisce un forte rallentamento. È come se i batteri si mettessero a dormire, continuando però a produrre anidride carbonica e metano.

A questa conclusione sono giunti due scienziati americani, Vladimir Romanosky dell’Università di Alaska e Nicolai Panikov dell’Istituto tecnologico del New Jersey. Questa scoperta apre un fronte nuovo nella ricerca delle sorgenti di "gas a effetto serra", essendo sia l’anidride carbonica sia il metano dotati della proprietà di assorbire luce e di emettere onde elettromagnetiche di bassa frequenza che, restando intrappolate nell’atmosfera, la riscaldano. Nessuno è finora riuscito a stabilire con certezza il legame tra attività umane e aumento della temperatura media dell’atmosfera. Di sicuro ci sono le misure sulla concentrazione crescente della percentuale di anidride carbonica e di altri gas a effetto serra (com’è il metano) nell’atmosfera. Il problema non risolto è sulle origini di questo incremento.

I polmoni degli oceani

Infatti ci sono "sorgenti" e "pozzi" di questi gas negli oceani. Queste enormi quantità d’acqua agiscono come potenti polmoni che emettono e assorbono anidride carbonica. Nessuno però aveva pensato che potessero partecipare al bilancio dei gas a effetto serra anche le calotte polari. Trovare che sotto di esse i batteri possano essere attivi a 40 gradi sotto zero è un’assoluta novità.

L’acqua era finora stata considerata una condizione indispensabile per il metabolismo sia delle forme più semplici di vita, come le strutture monocellulari tipo batteri, sia delle strutture più grandi e complesse. 
La scoperta che a temperature così basse i batteri continuano a vivere apre orizzonti nuovi alle condizioni estreme nelle quali può continuare a esistere la vita.

In un’intervista alla Bbc, Panikov ha precisato che sotto le calotte non c’è ghiaccio puro, ma una miscela di ghiaccio e altre sostanze minerali. 
Sono questi minerali che rendono possibile lo scambio di sostanze gassose tra i batteri e l’ambiente freddissimo in cui essi si trovano. Resta da spiegare cosa accade.

Una possibilità è la seguente: i batteri ossidano determinate sostanze che si trovano negli strati gelidi delle calotte polari. Questo processo di ossidazione genera calore che riscalda gli stessi batteri. Un’altra via possibile è che i batteri producano sostanze che mantengono l’acqua nelle cellule allo stato liquido.

Capire cosa accade ai batteri e alle diverse forme di materia vivente nelle zone a temperature bassissime è di estremo valore per cercare la soluzione al problema dei "pozzi" e delle "sorgenti" naturali dei gas a effetto serra. 
Nel bilancio globale, infatti, le attività dell’uomo restano sotto il livello del cinque per cento. Le zone ghiacciate della Terra sono un quinto del totale.

L’aumento della temperatura

Queste zone erano considerate efficientissimi "pozzi" per i gas a effetto serra. Se le scoperte di Panikov e Romanosky fossero confermate, questi "pozzi" potrebbero diventare potenti sorgenti. E non è tutto. Sotto le calotte polari i batteri che oggi si trovano in stato di "sonno" potrebbero diventare sempre più attivi, se è vero che si va verso un aumento della temperatura terrestre.

Un piccolo aumento potrebbe dare un forte incremento all’attività metabolica di questi organismi, alterando la struttura biochimica delle superfici sotto le calotte polari. Sarebbe quindi necessario incorporare le attività di questi batteri nei modelli matematici che si propongono di prevedere in quale direzione va il clima del nostro pianeta.

Lo studio delle variazioni climatiche potrebbe portare a conclusioni molto più gravi di quelle finora considerate.

Il metano è più efficace dell’anidride carbonica nel produrre l’effetto serra. 
È quindi necessario studiare i meccanismi che restano attivi nel metabolismo cellulare quando le temperature sono estremamente basse.

Antonino Zichichi
   
   
La notizia della settimana
Il cemento della Grande Muraglia era a base di riso

C’era chi pensava si trattasse di una leggenda, e invece pare sia proprio la "colla di riso" che i Cinesi abbiano usato come cemento per costruire la Grande Muraglia. È una notizia diffusa dall’agenzia di stampa Nuova Cina, che riferisce i risultati ottenuti da un gruppo di archeologi impegnati nella restaurazione della Muraglia della città di Xi’An, costruita nel periodo dei Ming (1368-1644).

Questa scoperta è emersa dall’analisi chimica di un recipiente usato per produrre la sostanza necessaria a incollare i pezzi della Muraglia. Questa sostanza contiene i prodotti di un cereale, il riso, come raccontava la leggenda. Gli specialisti pensano che la stessa tecnica sia stata usata per costruire la famosa Grande Muraglia. 
La risposta dovrà però venire dalle analisi chimiche che verranno effettuate.

    

Le frontiere della ricerca
Un bracciale d’argento nell’oceano

È un gioiello d’argento costato caro a Oliver de Kersauson: l’abbandono del giro del mondo nella gara a vela con equipaggio. 
Il suo maxitrimarano si è scontrato con un "calamaretto" lungo 15 metri al largo delle coste australiane. Già un’altra volta, nel 2003, il suo trimarano si era scontrato con un calamaro gigante nell’Atlantico. Stavolta però l’equipaggio ha potuto recuperare il "mostro" marino e nelle sue viscere ha scoperto un pezzo di catena d’argento con incise alcune lettere: N, E, M (forse un’altra N) e O. 
Il resto è illeggibile; il che vuol dire che questo gioiello è stato a lungo nei fondali marini. Dalla gara a vela per fare il giro del mondo il traguardo si è spostato per capire le origini di questo antico gioiello.

 

Vorremmo saperne di più
Niente paura per il 13 aprile 2029

Sarà possibile vederlo a occhio nudo l’asteroide 2004-MN-4, che passerà alla distanza tipica dei nostri satelliti artificiali, detti geostazionari: quei satelliti che, obbedendo alla legge gravitazionale di Galilei e Newton, impiegano 24 ore per fare un giro; esattamente come facciamo noi qui sulla Terra. Ecco perché un satellite geostazionario, pur sembrando fisso in cielo, non cade sulla nostra testa. In realtà si muove alla nostra stessa velocità angolare.

L’asteroide, invece, attraverserà il cielo venerdì 13 aprile dell’anno 2029, alla distanza valutata in 36.350 chilometri dal centro della Terra. Il suo diametro è di ben 320 metri e, per nostra fortuna, non c’è alcun pericolo di collisione. È il più grosso oggetto celeste che – da quando ci siamo messi a scrutare il cielo con attenzione – sia mai passato a una distanza così piccola: dieci volte più vicino della Luna.

I nostri antenati non se ne sarebbero accorti. Avevano perso addirittura la stella nuova messasi a brillare in cielo in pieno giorno nel 1054. Ciò che resta di questa supernova è la cosiddetta nebulosa del Granchio. Allora ad accorgersene furono solo gli astronomi cinesi. L’Europa dormiva.


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