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Man mano che l’appuntamento elettorale del 12 e 13 giugno si avvicina, la campagna per i referendum abrogativi di quattro punti cruciali della Legge 40/2004 sulla procreazione assistita entra nel vivo. Il fronte dei "sì" appare sempre più aggressivo. Se non basta la potente lobby dei ricercatori e degli scienziati –, che invocano libertà di ricerca senza limiti né regole – ecco scendere in campo attrici che affidano alle loro avvenenza il compito di conquistare gli indecisi. Dove non convince la ragione, ecco servita la seduzione. I grandi mezzi di comunicazione sono massicciamente schierati a favore del "sì". Si invoca, giustamente, il rispetto delle altrui posizioni, ma chi si sfila dal coro viene bollato di oscurantismo medievale. Il "sì", naturalmente, viene spacciato per sinonimo di progresso e libertà, il "no" di arretratezza culturale e bieco clericalismo. I politici fanno a gara nel trasformismo. Il Centrodestra ha votato compatto in Parlamento la legge? Poco importa. Almeno per uno dei suoi massimi leader, Gianfranco Fini, che vira di 180 gradi e preannuncia che andrà a votare tre "sì" e un "no". A sinistra Massimo D’Alema è impegnato nella campagna per il "sì". E a noi sorge un dubbio: è lo stesso D’Alema della "lettera aperta" pubblicata su Famiglia Cristiana dell’8 novembre 1998? Scriveva allora: «Esiste un limite nella manipolazione dell’embrione: anche nell’embrione c’è un progetto di vita e anche nella dimensione più elementare della vita c’è un principio di umanità che va tutelato e difeso». Parole non lontane da quelle usate dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il 22 febbraio del 1987, nel documento Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione: «L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita». Noi non cambiamo opinione. Eravamo e restiamo ancorati a un principio che, prima che cristiano o religioso, è scritto nel diritto naturale, quello che difende la vita in ogni sua stagione. L’attuale legge sulla procreazione medicalmente assistita non ci soddisfa pienamente. Ma le riconosciamo almeno il merito di aver dettato alcune regole, là dove prima vigeva la legge del Far West, quella del più forte. E l’embrione "forte" non lo è di certo. Ed è per difendere questo minimo di regole che ci battiamo per un doppio "no". Un "no" ai quattro quesiti referendari. Un "no" al referendum. La scelta dell’astensione non è una fuga dal confronto, come sostengono anche esponenti del mondo cattolico. È, al contrario, una scelta precisa e responsabile. Oltre che lecita e prevista dalla legge. E che non ci sottraiamo al dovere del confronto, lo dimostra il fatto che accettiamo la sfida dell’obbligo di motivare le nostre scelte. L’abbiamo già fatto e lo faremo ancora nei prossimi due numeri di Famiglia Cristiana, con altrettanti inserti dedicati al merito dei quattro quesiti referendari. Proprio perché siamo convinti che se prevalessero i "sì" la legge peggiorerebbe in alcuni dei suoi punti qualificanti, rendendola di fatto interamente inutile e vana, noi siamo per l’astensione. Il nostro "no" al referendum è una scelta responsabile, fatta da cittadini – prima ancora che da cristiani – "adulti". Alcuni pensano che basti il dovere della "testimonianza". Ma
quando sono in gioco i princìpi fondamentali di una società civile, quali
la dignità e la vita stessa di ogni essere umano, testimoniare è
necessario, ma non sufficiente. Occorre impegnarsi, con i mezzi resi leciti
dalla Costituzione, per impedire che un diritto inalienabile sia violato.
Dove sta lo "scandalo"?
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