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Sommario.

 


 
L'editoriale.
di Beppe Del Colle


È TEMPO DI RICORRENZE STORICHE E RIFLESSIONI SEMPRE ATTUALI

QUELLE GRANDI ILLUSIONI
DIETRO A OGNI GUERRA


Le celebrazioni a Mosca per la sconfitta del nazismo. I 90 anni dal 24 maggio 1915. Il ricordo del 10 giugno 1940. Esperienze che ci hanno segnato profondamente. Eppure certi errori si ripetono.

In occasione delle celebrazioni di Mosca per i 60 anni dalla sconfitta del nazismo, ci sono state in Italia alcune dispute su quella guerra e sulla conferenza di Yalta fra Roosevelt, Churchill e Stalin che di fatto "regalò" all’Unione Sovietica un doppio successo: la vittoria militare sulla Germania e l’assoggettamento politico dei Paesi dell’Europa centro-orientale, durato fino al 1989.

Ricorrono in queste settimane due date importanti per la storia dell’Italia nel Novecento: i 90 anni dal 24 maggio 1915, che segnò l’ingresso del nostro Paese nella Grande Guerra, e i 65 anni dal 10 giugno 1940, con il nostro intervento nel secondo conflitto mondiale.

Come tutte le guerre, da sempre, anche quelle due nacquero sulla spinta di fortissime ragioni politico-ideologiche, calate dai maestri della comunicazione sociale (qualunque fossero i loro mezzi concreti, dai grandi conquistatori di imperi antichi in poi) nei cuori e nelle menti di opinioni pubbliche ignare e non in grado, per molti motivi, di valutarle. Capita anche oggi, con la teoria della "guerra preventiva" per esportare la democrazia in tutto il mondo. Le guerre si sa come cominciano, poi vanno avanti come vogliono loro.

Il "maggio radioso" che precedette il nostro ingresso nella Grande Guerra fu caratterizzato da una propaganda interventista fondata in gran parte su due fenomeni: l’irredentismo, che in realtà apparteneva a minoranze anche nei luoghi, come il Trentino e Trieste, di cui si auspicava il ritorno alla madrepatria come esito finale del Risorgimento; e l’idea, diffusa soprattutto nei ceti "alti" e nelle culture laico-massoniche o "futuriste", che quella guerra sarebbe stata l’ultima, avrebbe purificato il mondo, avrebbe dato vita a una fratellanza di popoli uniti nella libertà.

Questa idea era del resto comune a tutta l’Europa. Lo scrittore triestino Claudio Magris ha raccontato su Il nostro tempo di un suo amico viennese di nome Adam, così chiamato per volontà del padre in partenza per la trincea da dove non sarebbe più tornato, «perché da quella guerra sarebbe sorto il nuovo Adamo, l’uomo nuovo di un mondo nuovo e migliore». Il pacifismo, o per meglio dire il neutralismo, fu travolto da un’ondata irresistibile. Giovanni Giolitti, il quale, fuori dal Governo da alcuni mesi, era fermamente contrario alla guerra (un po’ per non tradire la Triplice Alleanza con l’Austria e la Germania, e molto perché immaginava che Trento e Trieste ci sarebbero state consegnate dai vincitori per ringraziarci della nostra neutralità, dopo il conflitto), descrive nelle sue Memorie un furioso assalto di interventisti contro di lui all’uscita dalla Stazione Termini di Roma.

L’anziano statista piemontese non si fece intimidire, ma la sua maggioranza in Parlamento sì. Come annotò il 20 maggio Romain Rolland nel suo Diario degli anni di guerra 1914-1919:«A Montecitorio. Su 482 deputati, 407 votano per la guerra. 8 giorni fa Giolitti aveva una maggioranza di oltre 300 pacifisti. Uomini liberi!...».

Si sa come andò a finire: una mostra aperta in quella stessa stazione romana illustra con quadri, fotografie, armi, cimeli di vario genere che cosa fu la Grande Guerra: l’«inutile strage» condannata da Benedetto XV, che fece 14 milioni di morti, non risolse nessuno dei problemi per i quali era stata proclamata, e ne provocò molti altri, culminati nel secondo conflitto mondiale (al termine del quale l’Italia perdette la Dalmazia, l’Istria e per qualche anno anche Trieste, mentre aveva sognato di riavere "Nizza, Savoia e la Corsica fatal").

 Beppe Del Colle

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