Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Alla ricerca di Dio
anche nel tempo libero

Nei centri commerciali
come in una piazza

Resiste ancora il rito
del pranzo in famiglia

 
Attualità.
di Saverio Gaeta


INCHIESTA


MA CHE DOMENICA È?

Tra meditazione, ricerca di rapporti familiari e lavoro: ecco come gli italiani trascorrono il giorno di festa secondo un indagine della Cei.

Riposo o lavoro domestico al mattino, rapporti familiari nel pomeriggio, molta televisione la sera. È questo il ritmo sul quale l’italiano medio – secondo la sintesi di una recente indagine curata dal Censis per conto della Conferenza episcopale italiana – scandisce la giornata domenicale, il cui fulcro è «la domanda di relazioni, che permea le scelte e i comportamenti degli individui».

Di fatto, «anche la spiritualità nelle sue diverse forme viene in prevalenza vissuta con i propri familiari o con altre persone». E persino i nuovi "santuari del consumo", rappresentati dagli ipermercati e dai centri commerciali, «sono frequentati non tanto perché esiste un virus consumista che attanaglia gli italiani, ma perché vengono trasformati in occasioni di incontro».

Sul versante opposto, una minaccia silenziosa e incombente è legata all’estensione del tempo lavorativo, «che va tracimando oltre gli steccati tradizionali, occupando anche la domenica e piegandola alle esigenze produttive». Ciononostante, quasi l’85 per cento degli intervistati si dichiarano contenti del modo in cui trascorrono la domenica: i più soddisfatti rispetto alla media sono in particolare i giovani (90,3 per cento), i residenti nel Nordest (89,5 per cento) e gli uomini (87,8 per cento).

Dall’inchiesta emerge uno spaccato aggiornato anche sulla pratica religiosa degli italiani: in media, uno su cinque va in chiesa tutte le domeniche (uno su tre fra gli ultrasessantaquattrenni), mentre un altro 16,8 per cento partecipa saltuariamente alla Messa. L’autopercezione dell’appartenenza religiosa è invece più alta, visto che si dichiarano cattolici praticanti il 57,8 per cento degli intervistati e cattolici non praticanti un altro 28,7.

Al di là delle scarne cifre, quello che secondo i ricercatori del Censis si delinea è che il rapporto degli italiani con la religione «è sì complesso, ma anche solido e profondo, lontano dalla visione semplificatoria centrata sul declino progressivo». Contemporaneamente si esprime la voglia «di ritrovare identità e senso nella comunità»: tant’è che per il 76 per cento il luogo preferito per andare a Messa è la parrocchia.

Per oltre due terzi degli intervistati il luogo più rappresentativo dell’atmosfera festiva è la propria abitazione, cui si aggiungono la casa dei genitori (5,8 per cento) e quella degli amici (5,7 per cento). La natura è invece citata dall’8,6 per cento e la chiesa dal 7 per cento. Indicazioni in linea con «la fruizione soffice, positiva del tempo, incentrata sulla relazionalità familiare, che spezza la velocità dei giorni lavorativi, consente di pensare a sé stessi, praticare attività insolite e, soprattutto, recuperare una dimensione di utile e proficua lentezza in cui ritagliarsi opportunità per meditare».

Tabella.

Sempre più al lavoro

Dal complesso dei dati si manifesta dunque che la specificità della domenica è ancora «molto forte, sentita e vissuta dagli italiani». Nel contempo, dal mondo produttivo giungono spinte sempre più forti affinché il concetto di festività domenicale venga accantonato. In effetti, oggi l’impegno festivo coinvolge circa un terzo dei lavoratori, con un 5,4 per cento costantemente occupato ogni domenica.

Pur trattandosi di una minoranza, spiegano gli esperti del Censis, questo gruppo di lavoratori mostra che «lo steccato che tradizionalmente divide i festivi dai feriali durante le settimane è praticamente saltato, con tutte le implicazioni per l’organizzazione della vita familiare e anche per il proprio rapporto con il tempo libero». Per di più, questa situazione coinvolge i lavoratori della fascia più giovane (18-44 anni), a testimonianza di una ristrutturazione silenziosa, ma sostanziale, del tempo di lavoro. L’indagine sfata invece il mito di una neo-schiavitù consumistica legata all’apertura domenicale dei centri commerciali. Soltanto il 6 per cento del campione vorrebbe infatti dedicare più tempo agli acquisti di domenica, mentre il 41,6 per cento ha dichiarato di non aver effettuato alcun acquisto domenicale negli ultimi due anni. Diversa la situazione per gli adolescenti, fra i quali circa i due terzi hanno fatto acquisti di domenica. Per loro si conferma comunque l’idea che l’attività è un modo per condividere il tempo domenicale con gli amici.

Un duro giudizio viene infine proposto a riguardo di ciò che per molti riempie il tempo domenicale: i programmi televisivi. La maggior parte degli intervistati, ben il 42,5 per cento, li considera superficiali, mentre soltanto il 16,5 per cento li trova divertenti. Nella sintesi del Censis, dagli intervistati scaturisce «una valutazione severa e critica della programmazione televisiva che, nello sforzo di raggiungere il maggior numero di persone, si è, nei fatti, resa semplificativa e generalista, senza però riuscire a controbilanciare a questa superficialità una reale capacità di divertire».

Saverio Gaeta
  
    
«IL BIPEDE TIFOSO HA IL SUO ALIBI»

Lo spettacolo sportivo, con i suoi tempi, le sue migrazioni, anzi, se si pensa a certi eccessi bestiali di tifo e le sue transumanze, è da tempo in contrasto con la soddisfazione del precetto domenicale. Con troppo frequentemente un esito finale deprimente: lo spettacolo sportivo serve addirittura come alibi, per il bipede tifoso, nei riguardi di quello che dovrebbe pur sempre essere un peccato grave, visto che si viola addirittura il comandamento che dice: «ricordati di santificare le feste». Frase tanto ricorrente: non posso andare a Messa perché la partita di pallone mi impegna la giornata intera. O anche, nel caso di sport praticato, tipico lo sci: non posso andare a Messa perché sto a fare attività fisica in una località dove di andare in chiesa non si può proprio parlare. Va da sé che c’è il peccato originale nelle due affermazioni: perché si sottintende la priorità dell’appuntamento sportivo di fronte all’impegno religioso.

Sono cose purtroppo note. In un tempo non lontano si era parlato di concentrazione di tutto il grande sport da spettacolo al sabato, per ridare alla domenica il senso, la pienezza del "giorno del Signore". Ma poi lo sport, e soprattutto il calcio, è stato spalmato su tutti o quasi i giorni della settimana, nel gioco perverso dello show business, dell’offerta (soprattutto televisiva) che crea la domanda, della domanda che crea l’offerta. Pochi anni per lo sradicamento di abitudini, di comportamenti: e in Italia forse più che altrove, sino al parlare blasfemo, per il rito domenicale dei fanatici, di messa laica del tifo. Con un esito persino paradossale: è diventato più facile adempiere al precetto per gli attori, esempio i giocatori di calcio, che non per gli spettatori delle loro gesta. Perché l’atleta impegnato la domenica può andare a Messa il sabato (e si deve dire che molti club importanti hanno dato l’esempio buono organizzando la funzione della vigilia, in ritiro), mentre lo spettatore al sabato è coinvolto da altri richiami sportivi o dalle cosiddette esigenze di casa, visto che il giorno dopo lui, soprattutto bipede maschio giovane o adulto, si sottrae agli affetti familiari e va alla partita.

Il tutto rientra, se si vuole, nella triste considerazione generale di una particolare deprimentissima trasformazione dello sport: che da strumento ideale per seguire le regole, praticare i buoni comportamenti, osservare i dieci comandamenti, è diventato strumento purtroppo ideale per fare tutto il contrario. Cioè per ignorare, derogare, evadere, e, se proprio si vuole usare un verbo sportivo, anzi calcistico, per dribblare. Il tutto in contrasto con il gran frullare molto pubblico, molto televisivo di segni di croce che pervade il mondo del professionismo, quasi che i protagonisti di esso abbiano capito di averla fatta grossa nell’accettare per il loro lavoro dimensioni anche proterve, anche gaglioffe, e cerchino di scusarsi palesando la loro fede. Una fede buona specie se loro, esibendosi, sono in buona fede (e non è un gioco di parole).

Gian Paolo Ormezzano


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