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Autore di best seller e di film di successo, nel suo ultimo romanzo Crichton attacca duramente gli ambientalisti. Effetto serra? Scioglimento dei ghiacci? Innalzamento del livello dei mari? Tutte frottole. In pochissime parole questa è la tesi che Michael Crichton (proprio lui, quello di Jurassic Park, Sol Levante, Rivelazioni, Timeline, lo sceneggiatore di E.R. Medici in prima linea, scrittore di fama e successo mondiali) propone in Stato di paura, l’ultimo suo romanzo. Il problema è che la tesi è avvolta da una storia leggibile e piena di suspense che la rende attraente ed è accompagnata da una serie di dati che la rendono plausibile. Ed è curioso che discenda da una premessa quasi anarchica: i nostri Governi usano la paura (compresa quella ecologica) per tenerci buoni e zitti. Lasciamo ad altri, competenti, le risposte sul clima. E noi partiamo da questa teoria della paura, la cui nascita per Crichton coincide col crollo del Muro di Berlino. «Certo che è così», dice lo scrittore. «Negli Usa, per fare un esempio, tutti sono convinti che il crimine sia in crescita mentre le statistiche dicono chiaramente che è in calo. Dipende dalle Tv e dai giornali, che parlano sempre più spesso del crimine perché fa audience, come il sesso e il denaro. Il problema è che la gente finisce col farsi un’idea sbagliata del mondo in cui vive. Come coi rapimenti: i dati dimostrano che sono per lo più perpetrati da parenti o persone note alla vittima, ma i genitori avvertono i figli di tenersi alla larga dagli sconosciuti. La paura più efficace, però, è quella indeterminata, quella contro cui non possiamo fare nulla. L’idea che annegheremo tutti, che soffocheremo perché l’aria sarà piena di veleni, e che succederà, non si sa quando, ma succederà di sicuro, è quindi perfetta».
«Perché riduce le pretese dei cittadini. Se una minaccia terribile incombe sul mio futuro, il presente diventa relativo, meno importante: mi importa meno se per avere la chemioterapia devo aspettare 20 settimane e non 2».
«Negli Usa gli ambienti più chiusi e dittatoriali sono quelli universitari. Guardare una bella studentessa, fare uno scherzo sbagliato, dire una cosa inopportuna, tutto può costarti la carriera. Nella vita quotidiana sappiamo che ci sono cose che non possiamo dire. Ma le università dovrebbero essere il posto giusto per parlare in libertà. Chiediamo agli studenti di produrre idee nuove e far lavorare la mente e poi li blocchiamo con regole assurde. Non è strano?».
«Negli Usa c’è una lunga storia di teorie complottarde, risale addirittura a 200 anni fa, alle origini della nazione. Gli americani credono con facilità che ci sia qualcuno dietro le quinte che tira le fila e Hollywood sfrutta questa tradizione. Ma quanto alla paura, non sono convinto. Una volta ho visto Jurassic Park a Washington, in un pubblico di senatori con i figli. Gli adulti erano spaventati, i ragazzi no: sono dinosauri, dicevano, è solo un film».
«Ero certo del riscaldamento globale, mandavo persino dei soldi alle organizzazioni ecologiste».
«Ho trovato un breve articolo su una rivista scientifica. Parlava del riscaldamento globale ma in modo oscuro, criptato. L’ho letto, l’ho riletto e ancora mi sfuggiva il senso. Era come se l’autore volesse dire qualcosa, ma non avesse il coraggio di dirlo. Quel "qualcosa" era che il riscaldamento globale non esiste, il che sembrava ridicolo: certo che esiste, pensavo, lo sappiamo tutti. Così ho cominciato a cercare, a visitare su Internet i siti di tutte le stazioni meteorologiche del mondo. E più cercavo, più trovavo le prove contrarie a quanto avevo fino ad allora creduto».
«Certo. Le generazioni future ci disprezzeranno per aver sprecato miliardi nel Trattato di Kyoto, quando basta poco per portare acqua potabile nei villaggi o vaccinare i bambini africani».
«Purtroppo è vero. Ma quando parlo del global warming in America, tutti mi ascoltano con attenzione, anche quelli che non la pensano come me. Quando parlo dell’Aids o dell’Africa, guardano l’orologio, controllano il cellulare. Non gliene importa nulla».
«Per loro sono radioattivo. Ma il mio scopo è solo indurli a essere più moderni. Non puoi spaventare la gente per sempre. Se tra 10 anni il clima non sarà davvero più caldo, che scusa troveranno?».
«Lo so, degli amici mi hanno passato le e-mail interne di
certe organizzazioni che lo ripetono ogni giorno. Che delusione.
Onestamente: io ho detto dei no a Steven Spielberg, vuole che mi faccia
convincere da Bush?». Fulvio
Scaglione
«I PROBLEMI CI SONO Direttore di Greenpeace Italia, la Massai risponde: «Come
spiega Crichton le molte guerre per le risorse del pianeta?». Michael Crichton sostiene nel libro che i Governi usano la paura per tenere le nostre vite sotto controllo. E che la paura del tracollo ambientale è solo l’ultima di queste paure artificiali. È un’accusa pesantissima. Come risponde Donatella Massai, direttrice di Greenpeace Italia? «È strano pensare che sia usato come strumento di controllo sociale un movimento come quello ambientalista, che porta critiche dirompenti all’attuale iniquo modello di sviluppo. Noi ambientalisti partiamo da un presupposto innegabile: le risorse naturali si stanno esaurendo, la capacità del pianeta di assorbire quanto prodotto dall’uomo è limitata. Da questa consapevolezza discendono alcune domande: chi ha accesso alle risorse? Chi ne ha la titolarità? È tragicamente evidente che per il controllo delle risorse (dall’acqua alle foreste, dai territori ai geni, passando per il petrolio) ci sono conflitti e guerre in atto ovunque. Noi sosteniamo che le risorse vanno salvaguardate e che il diritto a utilizzarle deve essere garantito a tutti».
«L’Ipcc (il gruppo di 150 scienziati delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) lo ha affermato in maniera chiara e tutti i maggiori istituti di meteorologia e climatologia del mondo lo ribadiscono. Lomborg, il giovane ricercatore di statistica danese, dalle cui tesi Crichton è partito nella stesura del romanzo, è stato screditato ovunque a livello scientifico. Solo i mass media gli hanno dato risalto, perché andava contro tutti gli studi scientifici condotti finora. Anche Lee Raymond, quando era amministratore delegato della Esso, mise in dubbio il consenso scientifico sul riscaldamento globale, citando una petizione firmata da "17.000 scienziati". La stessa petizione fu screditata due anni dopo, quando si scoprì che non era stata organizzata dagli scienziati del settore né che proveniva, come invece si lasciava intendere, dalla prestigiosa National Academy of Sciences, tanto che alcuni degli "scienziati" citati non esistevano neppure. Ma non ci sono solo gli scienziati: in questi giorni, 300 guru della finanza americana, tra cui il tesoriere di New York, hanno affermato che ormai nessuno mette più in discussione che l’aumento della temperatura sia causato dall’effetto serra. Questo li preoccupa perché potrebbe far perdere milioni di dollari alle aziende nelle quali investono».
«Direi il contrario. Le compagnie petrolifere, negli Usa, cercano di mettere a tacere i climatologi seri e arruolano ricercatori che sostengano le loro tesi. Dopo pochi giorni dal primo insediamento di George Bush alla Casa Bianca, la Esso inviò un fax che conteneva la lista degli scienziati di cui si richiedeva la rimozione dai negoziati internazionali sul clima. In cima alla lista c’era Robert Watson, rispettato climatologo della Nasa e da oltre 6 anni presidente a titolo gratuito dell’Ipcc, nonché portavoce del gruppo di scienziati che ha affermato il legame tra il consumo di combustibili fossili e i cambiamenti climatici. Watson fu rimosso in poco tempo. Le compagnie petrolifere spendono milioni di dollari per contestare che i combustibili fossili provochino l’effetto serra. Uno dei più eminenti scettici a proposito dei cambiamenti climatici, S. Fred Singer, citato da Crichton nel libro, ha negato di aver ricevuto soldi dall’industria petrolifera pur essendo stato, negli ultimi vent’anni, uno dei loro consulenti. Greenpeace ha reso noti i documenti della Esso da cui emerge che nel 1998 la compagnia ha elargito un finanziamento di 10.000 dollari allo Science and Environmental Policy Project (Sepp), di cui Singer è presidente fondatore, e altri 65.000 dollari alla Atlas Economic Research Foundation, che promuove e sostiene il lavoro di Singer. Altri scienziati finanziati dalle compagnie del petrolio, come Patrick Michaels, Robert Ballino (sempre punti di riferimento per Crichton) e Sherwood Idso, sono veterani della campagna avviata dall’industria per riposizionare il concetto di cambiamento climatico globale, rendendolo ipotetico e non concreto».
«Quanto siano convinte le posizioni di organismi e
istituti la cui fama e credibilità non sono ancora state messe in
discussione lo conferma la recentissima iniziativa della Royal Society, che
ha pubblicato una guida dettagliata su ciò che è vero e ciò che è falso
in relazione al cambiamento climatico. Di completezza di dati non si può
invece parlare nel caso di Michael Crichton, che estrapola alcuni dati
scientifici e li usa con parzialità, peraltro a sostegno di un libro di
fantasia. Il riscaldamento globale non esclude che in alcuni punti del
pianeta si assista a un abbassamento delle temperature, ma pubblicare solo
quelle tabelle non serve a nessuno». Fulvio
Scaglione
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