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Attualità.
di Giuliano Vigini


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I CLASSICI DELLA TRADIZIONE CRISTIANA: LA SETTIMANA PROSSIMA
IL VOLUME VITE DI SANTI


QUEI PONTI TRA L’UOMO E DIO

Cipriano vescovo di Cartagine, Ambrogio vescovo di Milano e Agostino vescovo di Ippona: tre giganti della fede, tre esempi di santità vissuta giorno per giorno.

Fra le numerose biografie antiche – spesso influenzate dalla celebre Vita di Antonio (357) di Atanasio di Alessandria –, quelle relative a Cipriano, vescovo di Cartagine, ad Ambrogio, vescovo di Milano, e ad Agostino, vescovo di Ippona, sono rimaste tra le più famose e considerate. Non solo perché la statura dei personaggi è tale da rendere preziosa ogni antica testimonianza su di loro, ma anche perché gli autori dei tre scritti agiografici avevano più d’un titolo per conferire credibilità e valore storico al loro racconto.

Ponzio, biografo di Cipriano, era un diacono di Cartagine, chiamato a essere compagno d’esilio del vescovo, nel 257, a Curubis (Tunisia), e testimone l’anno dopo della sua decapitazione. Paolino, diacono della Chiesa milanese, era stato stenografo e segretario di Ambrogio negli ultimi tre anni della sua vita. Possidio era un membro della comunità monastica fondata da Agostino a Ippona e, nel 397, era diventato vescovo di Calama, in Numidia. Dunque, tre figure che avevano conoscenza diretta dei personaggi di cui parlano e che ci hanno consegnato in modo veritiero la storia della loro vita e della loro anima.

Dei tre vescovi, Cipriano è il meno conosciuto. Con lui risaliamo all’epoca della Chiesa perseguitata, dove il vescovo – già prima della corona del martirio, sognata e lungamente attesa – era stato esempio di virtù. Pastore inflessibile nella dottrina e dolce nell’umanità; pieno di ardore ma anche di pacatezza; senza paure ma, insieme, prudente e saggio nell’affrontare le situazioni difficili e nel cercare sempre di salvaguardare l’integrità e l’unità della Chiesa. La carità dimostrata verso tutti (cristiani e pagani) durante l’epidemia di peste scoppiata nell’Africa del Nord e in altre zone dell’Impero negli anni 252-254 è un esempio del suo infaticabile zelo apostolico. La sua figura resta quella di un vescovo che ha saputo guidare la sua Chiesa con vigore ed equilibrio e alla fine testimoniare il suo amore per Cristo con il sacrificio della vita.

Sintesi di dottrina e carità

La figura di Ambrogio spicca per il magistero autorevole, fermo ed equilibrato insieme, nel quale ecclesialità, etica e politica sanno fondersi in una superiore sintesi di dottrina e carità. Da quando, governatore della provincia di Liguria ed Emilia – già circondato da meritata fama come amministratore della cosa pubblica –, era stato eletto vescovo (374), si era subito imposto come uomo pubblico in virtù del suo prestigio, sia religioso sia civile, esercitando quasi funzioni vicarie nella Milano di allora, sede imperiale e residenza abituale dell’imperatore. Ma va da sé che Ambrogio non è stato solo un maestro di politica e diplomazia ecclesiastica. A fissare troppo la sua immagine su questo aspetto, si rischia di perdere di vista tutto il resto: di non vedere cioè in lui, prima di tutto, l’uomo di Dio che ha potuto diventare quello che è stato anche come uomo di governo grazie alla tempra della sua fede, tradotta in sapiente azione pastorale, e alla ricchezza della sua esperienza spirituale e mistica, tradotta efficacemente sul piano oratorio ed esegetico, poetico e musicale.

Agostino è il gigante della fede e della carità che ben conosciamo. Le Confessioni ci accompagnano nell’inquietudine della sua vita prima della conversione; la Vita di Agostino di Possidio comincia proprio là dove l’autobiografia di Agostino finisce. Ed è rivelatrice, pur nella sintesi, del pastore e dell’uomo, del polemista e del difensore della fede, dell’uomo di preghiera e dello scrittore fecondo.

Restano memorabili i suoi ultimi giorni. La malattia che lo conduce alla morte lo assale nel terzo mese dell’assedio di Ippona da parte dei Vandali di Genserico. La sua forte fibra, già duramente provata dalla caduta di Roma, non regge sotto l’urto delle nuove barbarie. Gli ultimi mesi di Agostino sono un bagno di pianto e amarezze infinite per gli eccidi, le distruzioni, le torture, i sacrilegi che riducono la città all’umiliazione. Solo conforto gli sono la preghiera e la lettura dei salmi penitenziali, fatti affiggere su grandi fogli alla parete di fronte al letto in modo da poterli meditare stando coricato. Così, nell’assoluto raccoglimento, si prepara all’incontro con il Signore questo grande vescovo, di cui stentiamo perfino a misurare tutta l’eredità che ci ha lasciato.

Cipriano, Ambrogio e Agostino: tre "ponti" verso la santità di cui il mondo ha ancora bisogno. Attraversare la loro vita e la loro opera significa avere più consapevolezza della propria identità e di come si serve l’uomo mettendo al primo posto Dio.

Giuliano Vigini

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