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Arrivederci.
di Franca Zambonini


OBAMA IL PRIMO NERO ALLA CASA BIANCA. SULLA SCIA DI MARTIN LUTHER KING

NESSUNO RINUNCI AL SOGNO
DI CAMBIARE IL MONDO


«Ci ha ridato i nostri sogni», hanno scritto molti elettori. Ma ora persino i conservatori ripudiano il passato e dicono: «Forza Obama!».

Da dove è partito Barack Obama per arrivare alla Casa Bianca? Dov’è cominciato lo scatto della volata verso lo Studio ovale, l’ufficio dove si decide il destino della prima potenza mondiale e, in parte, delle altre nazioni?

La ricerca delle radici di una ispirazione porta lontano, nella storia e nella geografia. Per alcuni, la corsa parte dal sogno americano di Martin Luther King nel celebre discorso del 28 agosto 1963: «Ho davanti a me il sogno che i miei quattro figli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per la qualità del loro carattere».

Per altri, tutto è cominciato dallo sprofondo del continente nero, con la visione di Nelson Mandela, il leader sudafricano oggi novantenne che ha sconfitto l’apartheid e ora si congratula così con il presidente eletto: «La tua vittoria dimostra che nessuno deve rinunciare al sogno di cambiare il mondo». E arriva un po’ anche da Kogelo, il villaggio del Kenya dove vive Mama Sarah, la nonna paterna di Obama che oggi festeggia insieme con tutto il popolo, sperando che con la vittoria del nipote arrivino anche l’acqua, le scuole, le strade, il lavoro.

Barack Obama subito dopo la vittoria (foto AP/La Presse).
Barack Obama subito dopo la vittoria (foto AP/La Presse).

Forse l’antenato spirituale più autentico è Abraham Lincoln che, nel 1858, a Springfield, capitale dell’Illinois, lanciò la battaglia per abolire la schiavitù con il discorso sulla "casa divisa". Obama ha scelto la stessa città e la stessa scalinata per annunciare, il 10 febbraio 2007, la sua candidatura alla presidenza.

Il luogo era simbolico, quindi giusto per proporre quell’improbabile candidato come erede del vecchio profeta dell’uguaglianza. In pochi credettero che ce l’avrebbe fatta, anche se molti avevano apprezzato il suo libro The Audacity of Hope, l’audacia della speranza. La sua vittoria ha chiuso il cerchio aperto da Lincoln, King, Mandela.

Il tema della razza viene sottolineato dai giornali di tutto il mondo con titoli come "Il primo nero alla Casa Bianca". Ma si trascurano le sfumature con cui il neopresidente ha descritto le sue radici allargate e la conclusione che ne ha tratto: «Sono figlio di un nero e di una bianca, nato nel crogiuolo razziale delle Hawaii, con una sorella per metà indonesiana, un cognato e una nipote di origini cinesi… Perciò non mi è mai stato possibile misurare il mio valore su base razziale».

Anche se ormai si parla dell’era post-razziale, quella "base" esiste e il colore della pelle fa ancora la differenza. Lo sa bene la comunità afroamericana dei ghetti del Nord o delle periferie del Sud. Lo sanno quelli che si mettono in fila alle mense dei poveri; le famiglie dei lavoratori che non possono mandare i figli all’università; i giovani che gonfiano le statistiche sul consumo di droghe. Lo sa la popolazione carceraria, per più di metà composta da neri finiti dietro le sbarre sia per i crimini sia perché senza soldi per pagarsi l’avvocato. Lo sanno gli immigrati messicani, portoricani, i latinos dalla pelle scura ma non troppo che lavorano da clandestini senza protezioni di legge.

Nessuno può predire se Barack Obama sarà o no un buon presidente. Ma lo slogan elettorale Yes, we can ha fatto diventare possibile ciò che fino a ieri sembrava impossibile. E la differenza razziale già marchio di esclusione, oggi clamorosamente entrata con tutte le sue sfumature nel luogo del massimo potere, può sfiorare con l’audacia della speranza sia l’America, sia il resto del mondo.

Franca Zambonini

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